Lo studio del legame di attaccamento nei mammiferi (parte 2: altre specie animali)

Nell’articolo della scorsa settimana abbiamo parlato dei primi studi di J. Bowlby e M. Ainsworth relativi al legame di attaccamento, studi condotti nella specie umana. Nel corso degli anni, però, si è cercato di capire se il legame di attaccamento esistesse anche negli animali. Non dimentichiamo che Bowlby, per formulare la propria teoria sull’attaccamento, si era basato anche sugli esperimenti di Lorenz e Harlow, condotti su uccelli e scimmie. Infatti Lorenz aveva descritto le proprie osservazioni sul fenomeno dell’imprinting, che porta i piccoli di alcune specie di uccelli nidifughi a seguire la propria madre non appena nati e a non allontanarsene. I pulcini mostrano segni di angoscia quando sono separati dall’individuo sul quale si sono imprintati. In natura l’oggetto dell’imprinting non può essere che la madre, mentre i piccoli allevati in incubatrice possono essere sottoposti a imprinting su zimbelli mobili o su individui di altre specie, incluso l’uomo, come aveva sperimentato personalmente lo stesso Lorenz con le sue oche domestiche. Inoltre, negli anni ’50 del 1900 Harlow aveva condotto alcuni esperimenti sulla privazione di cure materne nei macachi Rhesus (Macaca mulatta) nei primi mesi di vita. I piccoli macachi separati precocemente dalle madri mostravano disperazione, abbattimento e turbe comportamentali, inoltre sviluppavano un forte attaccamento verso pupazzi di stoffa e manifestavano violente reazioni di angoscia e scoppi d’ira se separati da queste “madri-surrogate”. Per questo, Bowlby riteneva che l’attaccamento verso un particolare individuo non fosse una caratteristica tipica solo dell’uomo. Quindi, è stato ritenuto possibile utilizzare il Test della Strana Situazione di Ainsworth – con opportune modifiche – per lo studio del legame di attaccamento negli animali non umani.

Lorenz e le sue oche (Google Immagini)

Lorenz e le sue oche (Google Immagini)

Negli anni ’80 del 1900 sono state condotte alcune ricerche sui primati. Uno di questi studi ha ritrovato in 16 scimpanzè (Pan troglodytes) le categorie di attaccamento (verso la persona che li accudiva) che la Ainsworth aveva identificato per i bambini. Altri studi si sono focalizzati sulle reazioni dei giovani primati ad un nuovo ambiente e hanno mostrato che i dati riguardanti questi animali sono paragonabili a quelli ottenuti con i bambini: la presenza di una figura di attaccamento è di fondamentale importanza per attenuare l’angoscia manifestata dai giovani animali esposti a nuovi stimoli, e fornisce una base sicura per esplorare il nuovo ambiente. Questo è  stato confermato dall’osservazione che se si introducono nel setting sperimentale degli estranei gli scimpanzè non mostrano violente reazioni di ansia, se è presente la figura di attaccamento umana. Inoltre i coetanei compagni di gabbia possono diventare figure di attaccamento per i giovani animali, cosi come può accadere che, negli umani, si instaurino dei legami di questo tipo tra membri di uno stresso gruppo sociale.

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Ma lo studio dell’attaccamento negli animali non finisce qui! Successivamente altri gruppi di ricerca hanno cominciato a studiare il legame tra l’uomo e il suo “miglior amico”… il cane! (vedi articolo La relazione cane-uomo: il proprietario come base sicura per il cane)

 Fonti:

  1. Bard K.A., 1991. Distribution of attachment classifications in nursery chimpanzees. American Journal of Primatology, vol. 24,p.  88.
  2. Bard K.A. e Nadler R.D., 1983. The Effect of Peer Separation in Young Chimpanzees (Pan troglodytes). American Journal of Primatology, vol. 5 ,pp. 25-37.
  3. Harlow H., 1958. The nature of love. American Psychologist, vol. 13, pp. 573-685.
  4. Lorenz K., 1949. Er redete mit dem Vieh, den Vögeln und den Fischen. Wien, Germany: Borotha-Schoeler. Trad. it. 1998. L’anello di Re Salomone. Milano, Italia: Adelphi.
  5. Miller L.C., Bard K.A., Charles J.J. e Nadler R.D., 1986. Behavioral Responsiveness of Young Chimpanzees (Pan Troglodytes) to a Novel Environment. Folia Primatologica, vol. 47, pp. 128-142.
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