Fisica non lineare: storia del ponte sul Tacoma Narrows

A voler essere sinceri con voi che leggete dovrei dire che questo studio riguarda alcuni aspetti della fisica non lineare. Ma queste due parole, “fisica” e “non lineare”, rischierebbero di mettere in fuga molti lettori. Dirò allora che questo studio riguarda un ponte che oscilla in maniera incredibile. E che non dovrebbe. Una storia realmente successa. E filmata. Ma ancora fino a qualche anno fa non esattamente compresa. Questo articolo si basa su un esercizio di analisi numerica presentato in [3], estratto dagli articoli scientifici di McKenna e Tuama [1] e [2]. Il codice è stato però interamente riscritto da zero, con l’intenzione di veicolare un messaggio tanto semplice quanto spesso non troppo comune (almeno in Italia): ossia, che i computer rendono “direttamente visibili” le equazioni, ossia la fisica.

Ci sono alcuni punti che vorrei che portaste con voi dopo la lettura di questo articolo (take-home points):

1) La Natura è complessa. Anche se tavolta sarebbe piu’ semplice non lo fosse.
2) La Natura è complessa e talvolta lo stupore si annida in questa sua complessità.
3) Se vedete un ponte sospeso in una giornata di vento, ricordatevi di questo articolo.
4) Se vedete un ponte oscillare come fosse di gomma, non attraversatelo.
5) La fisica può essere visualizzata. Quasi sempre.

Iniziamo il nostro viaggio.

Il 7 novembre 1940 un forte vento laterale di 64 km/h induce inizialmente movimenti verticali nel ponte di Tacoma. Questo genere di oscillazioni erano gia’ state osservate anche in precedenza: si era quindi provveduto a dotare il ponte di alcuni accorgimenti per smorzare le vibrazioni. Che tuttavia (come ben evidente nel video!) risultarono inutili. Quel giorno però accade qualcosa di ancor più anomalo: il ponte comincia a mostrare moti torsionali, per i quali risulta totalmente vulnerabile: alle ore 11.00 locali il Tacoma Narrows Bridge collassa nel canale che collega le città di Tacoma e Gig Harbor.

La commissione di inchiesta che studiò le cause del collasso non giunse ad una spiegazione esaustiva: si individuò nell’instaurarsi di vortici aerodinamici (“Vortici di Von-Karman”) una delle cause principali del collasso. Ma questi vortici, che sono responsabili di un moto verticale sull’intera campata del ponte ad andamento sinusoidale nel tempo, da soli non riescono a spiegare il collasso, poiché le frequenze indotte dal vento non sono simili a quelle di risonanza della struttura o di sue parti portanti. Viene cioè a mancare la condizione base per mettere in risonanza il ponte con la sollecitazione esterna del vento. Resta poi il mistero di come una sollecitazione in direzione verticale possa aver indotto moti torsionali così evidenti e pronunciati.

McKenna e Tuama nel 1999 [1] hanno proposto una teoria interessante che potrebbe completare il puzzle finora irrisolto. Cosa succederebbe se i cavi di sostegno della sede stradale fossero modellizzati da molle non-lineari al posto di comuni molle lineari? Potrebbe una forza puramente verticale (i vortici generati dal vento) generare dei moti torsionali? O, come logica vorrebbe, solo movimenti verticali? (Dopo tutto la forza è solo verticale…). Quali condizioni iniziali sono richieste perché ciò avvenga?

Tutti noi conosciamo le molle. Dai nostri materassi fino al bungee-jumping, il mondo che ci circonda è descritto da oggetti fisici che oppongono una forza di richiamo se allungati, e da una forza di espansione se compressi: tutti questi oggetti, siano essi cavi, funi, elastici possono essere descritti fisicamente col modello della “molla”. Chiamiamo “molla lineare” un qualunque oggetto che esprima una forza fisica contraria al suo allungamento/compressione secondo la legge:

1

Cosa significa questo? Che ad esempio un allungamento doppio produrrà una forza di richiamo doppia. Nel piano “Forza vs. Allungamento” questa relazione è descritta da una retta. Per quanto molti modelli fisici ed ingegneristici approssimino il comportamento di un oggetto elastico con la “molla lineare”, purtroppo non sempre questo è lecito, come vedremo nel caso del ponte sul Tacoma Narrows.

Cosa succederebbe infatti se ipotizzassimo che le funi che sostenevano la sede stradale avessero un comportamento leggermente non-lineare? Ossia se esercitassero una forza di richiamo diversa da quella di espansione a parità di allungamento (o accorciamento)? Supponiamo che le funi del ponte seguissero una legge non-lineare, con una non-linearità espressa in funzione di un parametro “a” (una costante).

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La figura seguente, che rappresenta la forza che esercita una molla in funzione di quanto viene allungata o accorciata, chiarisce il succo della questione più delle formule. Nel caso non lineare la forza esercitata dalla molla, rappresentata in rosso, non segue perfettamente la retta passante per l’origine (molla lineare, rappresentata in blu), ma si discosta da essa: non di molto, ma di quel tanto che basta per poter dire che la molla non-lineare eserciterà una forza maggiore se allungata rispetto a quando sarà compressa.

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E’ interessante notare come per buona parte del grafico le due curve siano molto ben sovrapponibili. Quindi sarebbe lecito approssimare la non-linearità con la linearità… O forse no? Il modo più semplice, ma anche meno matematico, di risolvere la faccenda è di testare il modello.

Approssimeremo la forza esercitata dal vento con una sinusoide:

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la cui ampiezza è scelta appositamente per innescare i moti torsionali. Non tutti i valori di A infatti sono sufficienti ad amplificare i moti torsionali: questo rappresenta un elemento critico in ogni sistema non-lineare, in quanto solitamente alcuni fenomeni possono apparire solo con determinate condizioni iniziali. Il che rende l’analisi dei sistemi ancor più delicata. Infatti questo comporta che in fase di progettazione si debba aver cura di indagare quali valori plausibili possano verificarsi nei parametri di un problema, con l’incognita però che anche un piccolo errore o una negligenza in questo studio possa poi comportare problemi grossi nel mondo reale, qualora si verifichino condizioni non ben investigate in fase di progettazione.

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Nel momento più critico il vento faceva oscillare verticalmente il ponte una volta ogni due secondi (ω≈3)(NOTA 1).Il nostro modello, supersemplificato, descriverà il moto di una barra rigida (ossia la sede stradale di larghezza 12 metri) sotto l’azione del vento, nel caso in cui sia sostenuta da cavi lineari e non-lineari. A riposo la sede stradale si troverà ad una altezza tale per cui la forza esercitata dalle molle sulla barra bilancia esattamente il peso della barra stessa: chiameremo y lo scostamento della sede stradale da questa posizione di equilibrio. I due set di equazioni differenziali che descrivono il moto della strada nel caso lineare e non-lineare sono rispettivamente:

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Il video allegato (Link) mostra la risoluzione di questo sistema di equazioni, con maggiore attenzione al caso non-lineare. Le condizioni iniziali sono riportate nella tabella 1 e sono quelle suggerite in [3]. Si noti come attorno ai 200 secondi il moto del caso non-lineare cominci ad essere totalmente differente rispetto a quello lineare (mostrato nella figura in piccolo).

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In particolare è interessante ricordare cosa successe quel giorno, dalle parole del professor F.B. Farquharson, testimone dell’evento: “…fu notato un violento cambio nel moto. Questo cambiamento sembrò accadere senza nessun preavviso e con una così estrema violenza che la sede stradale apparve capovolgersi completamente”. Nel video questa transizione sembra avvenire in effetti abbastanza bruscamente e inaspettata.

Affinché possa avvenire questa transizione alcune specifiche condizioni iniziali sul sistema devono essere richieste. Ad esempio un piccolo angolo iniziale deve essere presente. Questo significa che un ponte perfettamente rigido, che non oscilli lateralmente (angolo perfettamente uguale a zero), non darebbe il via a moti torsionali. Questo aspetto merita qualche parola in più, in quanto legato col punto (2) della premessa all’articolo. Chi di voi abbia mai visto Jurassic Park (il primo, quello vero!) avrà sicuramente sentito parlare dell’effetto farfalla, secondo il quale un battito di ali a Pechino produrrebbe un uragano a Miami. Che non è altro che non una stupenda immagine per introdurre il concetto di caos. Uno degli aspetti che contraddistingue un sistema caotico è la forte dipendenza dalle condizioni iniziali. Una piccola variazione nelle condizioni iniziali porterà due sistemi identici ad avere comportamenti molto diversi dopo un certo lasso di tempo. Ciò che spesso sfugge è che la ragione matematica, e fisica, di tutto questo si annida nel fatto che le equazioni che descrivono un sistema sono non-lineari! Il fatto che ci sia una non-linearità (proprio come nelle nostre strane molle del ponte) può portare ad una forte dipendenza dalle condizioni iniziali.

Cosa implica questo? Che anche un piccolissimo angolo iniziale nella campata del ponte (centesimi di radiante, del tutto possibili in condizioni di vento) può fare una differenza abissale alla lunga. Da notare infatti come pure il caso lineare, nel video, abbia le stesse condizioni iniziali.

Per chiudere è bene ricordare i take-home points:

1) La Natura è complessa. Anche se tavolta sarebbe piu’ semplice non lo fosse.
2) La Natura è complessa e talvolta lo stupore si annida in questa sua complessità.
3) Se vedete un ponte sospeso in una giornata di vento, ricordatevi di questo articolo.
4) Se vedete un ponte oscillare come fosse di gomma, non attraversatelo.
5) La fisica può essere visualizzata. Quasi sempre.

Con l’aggiunta di un sesto punto:

6) Battiti di ala e uragani non sono poi così distanti concettualmente da ponti che crollano.

Nota 1: NOTA1

Scarica questo articolo in pdf: SR – Fisica non lineare storia del ponte sul Tacoma Narrows

Bibliografia:
[1] McKenna, P.J., “Torsional oscillations in suspension bridges revisited: fixing an old approximation,” Amer. Math. Monthly, 106, 1-18 (1999).
[2] McKenna, P.J. and O Tuama, C., “Large torsional oscillations in suspension bridges visited again: vertical forcing creates torsional response,” Amer. Math. Monthly, 108, 738-745 (2001).
[3] http://www.sml.ee.upatras.gr/uploadedfiles/00-!ode-ch6-nice!.pdf

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Reportage “la pinetina delle meraviglie”

Salve a tutti,

seppur con ritardo, vi rendiamo partecipi della partecipazione della nostra Associazione, insieme a Territorio Teatro, all’evento “La pinetina delle meraviglie” il 6 settembre scorso a Baccaiano. Il pomeriggio didattico si è svolto, per i bambini intervenuti, all’insegna di una caccia al tesoro all’ultimo indizio e, successivamente, alla scoperta di alcuni esperimenti con l’acqua sotto la guida dei nostri soci Matteo Liserani e Marco Mancini. A fine serata, inoltre, i bambini hanno potuto costruire, con l’utilizzo di rotoli di carta igienica e colori dei graziosi pipstrelli da portare a casa come ricordo della serata.

la giusta spiegazione

la giusta spiegazione

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I segnali calmanti nel cane: alcune informazioni utili tra teoria e pratica

Il cane ha una grande abilità nel comunicare con i propri simili e anche con l’uomo. Alcuni segnali visivi, come movimenti e posizioni del corpo, sono utilizzati dal cane in situazioni di stress e/o paura. Sulla base delle proprie osservazioni sui cani, Turid Rugaas ha parlato di “segnali calmanti”: questi sono usati dal cane per comunicare la sua volontà di non belligeranza quando percepisce il comportamento altrui come minaccioso o ostile (hanno funzione preventiva, perché servono a evitare il conflitto) oppure, se l’animale si trova già in una situazione spiacevole, sono usati per scaricare lo stress e calmare la paura. I segnali descritti da Rugaas sono: girare la testa; distogliere lo sguardo; socchiudere gli occhi; voltarsi di lato o di spalle; leccarsi il naso; immobilizzarsi; muoversi lentamente; inchino di gioco; sedersi; sedersi dando le spalle all’altro; stare in decubito sternale; sbadigliare; annusare per terra; muoversi con traiettoria curva; agitare la coda tenendola bassa; farsi piccoli; leccare il muso dell’altro; sbattere le palpebre; schioccare le labbra; alzare una zampa anteriore; urinare in posizione bassa; mettersi in mezzo (cioè un soggetto si interpone tra altri due che stanno avendo un’interazione); fingere di ignorare l’altro.

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Rugaas ha definito questi comportamenti come “calmanti” – sottolineando così la loro funzione calmante, ma è importante ricordare che alcuni di essi sono stati riportati da lavori scientifici come manifestazione di uno stato di stress dell’animale, quindi sono conosciuti dalla comunità scientifica come “segnali di stress” (sottolineando il fatto che vengono emessi in situazioni stressanti, senza far riferimento ad una eventuale funzione calmante); fra questi ad esempio sbadigliare, guardare altrove, girare la testa, leccarsi il naso e sollevare una zampa anteriore. Altri comportamenti individuati da diversi autori come indicatori di stress sono lo scuotersi, l’autogrooming (farsi la “toeletta”), il grattarsi, il tremare, il pacing (muoversi avanti e indietro).

Sbadigliare (Google Immagini)

Sbadigliare (Google Immagini)

La lettura e la comprensione di questi segnali – che siano “calmanti” o “di stress” – sono molto utili sia ai professionisti del settore cinofilo che ai proprietari per capire quale sia lo stato emotivo del cane e le sue intenzioni. E’ di fondamentale importanza che le persone conoscano e sappiano leggere questi comportamenti, proprio per comprendere cosa il cane sta comunicando durante le interazioni con gli altri cani e con gli umani. Alcuni di questi segnali possono inoltre essere utilizzati da noi umani quando approcciamo un cane e non vogliamo metterlo a disagio: evitiamo di fissare il cane negli occhi; distogliamo lo sguardo o giriamo la testa se il cane che abbiamo di fronte mostra segni di disagio; diminuiamo le nostre dimensioni corporee, ad esempio sedendoci, per non impaurirlo.

L’ipotesi formulata da Rugaas è che questi segnali possano servire al cane sia per calmare se stesso quando è a disagio sia per calmare gli altri individui. Questa ipotesi però non è stata verificata sperimentalmente e statisticamente (cioè con test ed analisi statistiche specifiche) da Rugaas. Ad oggi sono ancora pochi gli studi che si sono occupati di questo. Nel 2014 Gazzano e collaboratori hanno cercato di verificare se la manifestazione dei segnali definiti calmanti, in interazioni conflittuali tra due cani, possa ridurre il livello di aggressività. L’emissione di questi segnali sembra essere maggiore negli incontri tra cani che non si conoscono rispetto a cani che si conoscono. In particolare vengono emessi segnali quali “distogliere lo sguardo” e “immobilizzarsi”. Inoltre i risultati di questa ricerca sembrano confermare l’ipotesi dell’esistenza nel cane di segnali visivi con effetto calmante sui conspecifici, in grado di ridurre la reattività del ricevente ed impedire un’escalation dell’aggressività sia tra animali che si conoscono sia tra animali tra di loro sconosciuti. E’ possibile che i cani utilizzino questi stessi segnali con scopi analoghi anche durante le interazioni con le persone. Per questo è fondamentale conoscere questi comportamenti e nel contempo sarebbe utile continuare gli studi per dimostrare scientificamente la loro funzione calmante.

Fonti

  1. BEERDA, B., SCHILDER, MBH., VAN HOOF, JARAM., DE VRIES, HW., e MOL, JA., 1998. Behavioral, saliva cortisol and heart rate responses to different types of stimuli in dogs. Applied Animal Behaviour Science 58: 365-381.
  2. BEERDA, B., SCHILDER, MBH., VAN HOOF, JARAM., DE VRIES, HW., e MOL, JA., 1999. Chronic stress in dogs subjected to social and spatial restriction. Behavioral responses. Physiology and Behavior 66: 233-242.
  3. GAZZANO, A., ZILOCCHI, M., RICCI, E., FALASCHI, C., BEDINI, M., GUARDINI, G., e MARITI, C., I segnali calmanti nel cane: mito o realtà? Veterinaria 28: 15-20.
  4. HORVÁTH, Z., IGYÁRTÓ, BZ., MAGYAR, A., e MIKLÓSI, A., 2007. Three different coping styles in police dogs exposed to a short-term challenge. Hormones and Behavior 52: 621–630.
  5. ROONEY, N., GAINES, S., e HIBY, E., 2009. A practitioner’s guide to working dog welfare. Journal of Veterinary Behavior 4: 127-134.
  6. RUGAAS, T., 2005. L’intesa con il cane: I Segnali Calmanti. Haqihana editore, Milano, Italia.
  7. SCHILDLER, MBH., e VAN DER BORG, JAM., 2004. Training dogs with help of the shock collar: short and long term behavioral effects. Applied Animal Behaviour Science 85: 319-334
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Reportage Fiumarte 2015

Salve cari amici,

è con immenso piacere che l’Associazione ha partecipato in data 12 luglio 2015 al progetto “Fiumarte”: “Tornare a vivere il fiume perché il fiume torni a vivere”. Si tratta di una manifestazione itinerante, che mira a riscoprire il valore del fiume come luogo di aggregazione e di importanza fondamentale per il benessere comune, e va dunque tutelato e protetto.

Spezie pronte

Spezie pronte

Quest’anno la manifestazione si è svolta lungo le sponde del fiume Elsa, nel comune di San Miniato. L’Associazione ha proposto nello spazio che le è stato concesso divertenti attività, come laboratori di Fisica per bambini, in cui si mostravano alcune semplici proprietà dell’acqua e si giocava a costruire un trenino con magneti, rame e una pila, creativi laboratori di disegno di animali con spezie, per far conoscere il valore di alcuni sapori usati in cucina, oltre ai classici giochi istruttivi sul riconoscere gli animali e le essenze.

Un simpatico pomeriggio estivo in riva al fiume!

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Corso microbiologia alimentare: Campylobacter spp

 1.0 GENERALITA’

Campylobacter spp. appartiene alla famiglia delle Campylobacteraceae e comprende batteri Gram – di forma curvata o a spirale, mobili e microaerofili, poichè crescono in presenza di CO2 al 5-10%; ossidasi e catalasi positivi non producono spore.

Il genere Campylobacter comprende circa 15 specie di cui solo tre attualmente considerate patogene per l’uomo attraverso il consumo di alimenti contaminati; le specie incriminate sono Campylobacter jejuni, Campylobacter coli e Campylobacter lari.

Campylobacter spp. è sensibile a pH debolmente acidi (<5.5) e valori di acqua libera inferiori a 0.94 sono sufficienti a bloccarne la moltiplicazione e ad inattivarlo.

In Italia si stima che dopo la salmonellosi Campylobacter spp. sia il microrganismo maggiormente implicato in casi di tossinfezioni alimentari; tuttavia i casi di campylobacteriosi sono sporadici e colpiscono 1-2 persone alla volta, rarissimi i casi epidemici.

L’habitat di questi microrganismi è rappresentato dall’intestino di animali a sangue caldo domestici e selvatici (pollame, suini, uccelli e roditori), e sono molto sensibili a condizioni ambientali avverse.

Serbatoio alternativo di tali batteri è rappresentato dall’acqua, che risulta contaminata da Campylobacter spp. attraverso feci e liquami di uccelli  e animali selvatici.

2.0 CAMPYLOBACTER SPP.  E TOSSINFEZIONI ALIMENTARI

La campylobatteriosi è una malattia infettiva descritta negli anni ’50 come rara batteriemia nelle persone immuno-compromesse, e nel 1972 è stata individuata come causa di malattie diarroiche. La maggior parte delle infezioni, circa il 90%, è provocata dalle specie C. jejuni e C. coli, mentre meno frequenti sono quelle causate dalla specie C. lari.

La campylobatteriosi è una delle malattie batteriche gastrointestinali più diffuse al mondo ed il suo tasso di incidenza ha superato in alcuni Paesi Europei quello relativo alle salmonellosi non tifoidee, registrando negli ultimi 10 anni un incremento considerevole.

La campylobatteriosi è stata associata a diverse sequele croniche che includono artrite reattiva, infiammazioni a carico di fegato e reni, e la sindrome di Guillain-Barré. A causa della mancanza di caratteristiche cliniche specifiche, la campylobatteriosi è difficile da distinguere dalle altre patologie gastrointestinali; una diagnosi definitiva può essere effettuata solo attraverso l’analisi microbiologica di campioni clinici.

Campylobacter spp. è responsabile di gastroenteriti di varia entità, da forme lievi con diarrea, febbre e nausea, a forme di coliti più gravi. Generalmente l’infezione si risolve nell’arco di pochi giorni, solo di rado e nelle categorie “a rischio”, quali bambini, anziani e soggetti immunodepressi, si possono verificare complicanze post infettive come artriti e disordini neurologici (sindrome di Guillain-Barrè ).

Episodi epidemici di infezione da Campylobacter spp. sono stati associati prevalentemente al consumo di acqua o latte contaminati ed alimenti consumati crudi o poco cotti, come carni o molluschi bivalvi.

La trasmissione di Campylobacter spp. attraverso il latte può essere facilmente controllata tramite la pastorizzazione e quella attraverso l’acqua con un sicuro sistema di potabilizzazione. Carni di maiale e di ruminanti sono generalmente considerate a basso rischio, tuttavia le frattaglie crude di questi animali sono a rischio piuttosto elevato di trasmissione.

Anche i prodotti freschi, se consumati crudi, sono a rischio e quindi, per ridurre al minimo la diffusione di Campylobacter spp. è indispensabile incrementare l’applicazione di misure di prevenzione, ed evitare l’impiego di acqua contaminata per l’irrigazione dei campi e il lavaggio degli alimenti.

Campylobacter spp. isolato in terreno di coltura Campylobacter Blood Free Agar Base http://www.microregistrar.com/campylobacter-

Campylobacter spp. isolato in terreno di coltura Campylobacter Blood Free Agar Base http://www.microregistrar.com/campylobacter-

Il pollame rappresenta uno dei principali serbatoi delle diverse specie di Campylobacter spp.; in Europa la quota di pollai risultati positivi alle indagini microbiologiche effettuate è variabile da un minimo del 5% a un massimo del 90%. Le conoscenze sulle vie di contaminazione del pollo sono ancora incomplete, ma i fattori maggiormente correlati alla diffusione di Campylobacter spp. sono la stagione, l’età del pollame, le modalità di somministrazione dei mangimi, i trasferimenti dei capi da un allevamento a un altro, le condizioni di trasporto del pollame, l’acqua ed i medicinali somministrati agli animali. La contaminazione della carne può avvenire durante la fase di macellazione attraverso il contatto con il materiale fecale o tramite il contenuto intestinale; il lavaggio della carne dopo la macellazione e il processo di refrigerazione riduce il rischio di contaminazione, come del resto.

In base a quanto sopra citato la diffusione e la trasmissione della campylobatteriosi può essere controllata mediante  l’applicazione di opportune misure igieniche in allevamento durante le operazioni di macellazione e sezionamento; inoltre durante le operazioni di trasformazione e manipolazione degli alimenti è opportuno seguire le seguenti regole:

  • lavarsi accuratamente le mani con sapone germicida ed acqua calda prima e dopo aver manipolato gli alimenti, soprattutto se crudi;
  • separare alimenti crudi e cotti: in particolare la carne avicola e suina ed il latte crudo dagli altri alimenti. Conservare gli alimenti in recipienti chiusi per evitare ogni contaminazione tra alimenti crudi e alimenti pronti al consumo;
  • cottura: importante, per l’eliminazione del microrganismo, è il trattamento termico, è quindi importante cuocere bene le carni e consumare il latte crudo previa bollitura;
  • utilizzare utensili e piani di lavoro separati: sanificare accuratamente coltelli, taglieri ed altri utensili dopo la manipolazione di alimenti crudi. Stessa regola da applicare per i piani di lavoro; è importante separare le varie fasi del processo produttivo per impedire la contaminazione tra alimenti diversi per natura e per stato dei cottura.

3.0 MECCANISMO PATOGENETICO DI CAMPYLOBACTER SPP.

La patogenesi dell’infezione da Campylobacter spp. dipende da alcuni fattori, propri dia del microrganismo che dell’ospite, ovvero l’uomo:

  • stato di salute dell’ospite;
  • fattori di virulenza del ceppo ingerito;
  • carica batterica ingerita.

Una volta avvenuta la colonizzazione Campylobacter spp. può disturbare la capacità assorbente dell’intestino, portando ad un danneggiamento delle cellule epiteliali attraverso invasione e/o produzione di tossine.

I fattori di virulenza di questi microbi sono rappresentati da molecole di adesione ed invasione, flagelli, fattori citotossici e meccanismi di acquisizione del ferro.

Campylobacter spp è dotato di flagelli che gli conferiscono la capacità di movimento con conseguente colonizzazione del tratto intestinale. I meccanismi di azione che possono conseguire sono due:

  • meccanismo invasivo: grazie alle adesine i batteri si attaccano alle cellule epiteliali e si recano al loro interno attraverso il meccanismo della fagocitosi; si presentano sangue nelle feci;
  • meccanismo tossigenico: avviene la produzione di tossine (enterotossina simil colerica e citotossine) con conseguente diarrea acquosa.

4.0 CAMPYLOBACTER SPP.  E ANTIBIOTICO RESISTENZA

 Il fenomeno della farmaco-resistenza da parte delle varie specie di Campylobacter è in aumento e, in modo particolarmente allarmante, quella relativa ai fluorochinoloni, identificata in Europa alla fine degli anni Ottanta. Alcuni studi mostrano una correlazione tra l’approvazione all’uso dei fluorochinoloni negli allevamenti e lo sviluppo di campylobacteriosi resistenti ai fluorochinoloni, sia

Uno studio è stato condotto nel nordest d’Italia nel corso del 2000 e nel 2001,  per indagare la presenza di Campylobacter jejuni e Campylobacter coli in animali vivi quali bovini, maiali e polli, ed in carne cruda di vario tipo.  Campylobacter spp.  è stato  rilevato nel 53,9 % dei bovini , nel 63,5% dei suini , e nell’ 82,9 % dei polli da carne esaminati.  La carne cruda di pollo si è dimostrata spesso contaminata (81,3 %) , mentre i tassi più bassi sono stati trovati nella carne di maiale (10,3 %) e nelle carni bovine (1,3 %) . La resistenza agli antibiotici dei ceppi isolati dalla carne cruda e dagli animali vivi, è stata valutata; i microbi si sono dimostrati resistenti nei confronti dei chinoloni, della tetraciclina e della streptomicina.

5.0 BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  1. PezzottiA. SerafinaI. LuzziR. MioniaM. MilanaR. Perina. Occurrence and resistance to antibiotics of Campylobacter jejuni and Campylobacter coli in animals and meat in northeastern Italy. International Journal of Food Microbiology, Volume 82, Issue 3, 15 May 2003, Pages 281–287.
  2. Giorgio Gilli. Professione igienista. Manuale dell’igiene ambientale e territoriale, Casa editrice ambrosiana, 2010. Lo Nostro Antonella, malattie trasmesse da alimenti pp 336-375.
  3. http://www.antropozoonosi.it/Malattie/campylobacter/campylobacter.htm
  4. http://www.cdc.gov/nczved/divisions/dfbmd/diseases/campylobacter/technical.html
  5. http://www.efsa.europa.eu/it/press/news/150226.htm
  6. http://www.epicentro.iss.it/problemi/campylobacter/campylobacter.asp
  7. http://www.izsalimento.izsto.it/palimenti/index.php/sicurezzaalimenti/pericolibiologici/85-sicurezza-alimenti/pericoli-biologici/92-campylobacter-spp
  8. http://www.microregistrar.com/campylobactersp2/#foobox1/3/o_18usoetvo186113dg1sv21c3to4i.jpg CCDA 1
  9. http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs255/en/
  10. Rugna G., Merialdi G., Bardasi L., Bassi S., Dell’Anna S., Fontana M.C., Galletti G.1, Massi P., Santi A., Tamba M. Indagine sulla diffusione di campylobacter spp. nei broiler macellati in Emilia-Romagna. Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna.
  11. Taradon Luangtongkum, Byeonghwa Jeon, Jing Han, Paul Plummer, Catherine M Logue & Qijing Zhang. Antibiotic resistance in Campylobacter: emergence, transmission and persistence. Future Microbiology, Vol. 4, No. 2, Pages 189-200.
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